ST LOUIS, MO - AUGUST 09: Francesco Molinari of Italy waits to play his tee shot on the 17th hole during the first round of the 100th PGA Championship at the Bellerive Country Club on August 9, 2018 in St Louis, Missouri. (Photo by David Cannon/Getty Images)

Portare a Roma il più spettacolare torneo di golf è una “missione impossibile”. Ma il presidente ha già vinto alcune sfide irrealizzabili. E siccome sognare non costa nulla, proviamo a crederci, sia pure con fatica

Nei giorni dell’Open il Presidente Chimenti era elettrizzato. Instancabile, seguiva da mattina a sera i principali italiani in campo, arrivando a issarsi sul tetto del suo car per scrutare i putt dei nostri quando la densità del folto pubblico presente gli impallava la vista. Elettrizzato non solo per il primo giro di Francesco Molinari, che aveva fatto balenare il sogno di un biglietto in extremis per Gleneagles: in realtà, covava un’idea meravigliosa con la quale cercava, a sua volta, di elettrizzare tutta la platea dei golfisti italiani, non sempre riuscendoci, in realtà. L’idea, ormai ampiamente nota, è di portare a Roma la Ryder Cup del 2022. Un’idea tanto pazza quanto affascinante, irta di ostacoli non meno che di suggestioni.

Sarebbe facile liquidarla con sufficienza, e affetto, come estrema espressione di una grande passione, ma sarebbe un errore. Negli anni, il Professore ci ha insegnato (sennò, che professore sarebbe?) a non sottovalutare le missioni apparentemente impossibili che periodicamente si auto-assegna. Val la pena di riavvolgere il nastro della memoria. Nel 2008, appena rieletto plebiscitariamente alla Presidenza della Federgolf, Chimenti lanciò la sfida a Gianni Petrucci per la più alta poltrona del Coni. Poco mancò che non venisse preso per matto da chi si occupava di politica sportiva (compreso chi scrive, all’epoca Direttore di Raisport). Vinse Petrucci, è vero. Ma quando dalle urne uscirono 24 schede col suo nome (quasi un terzo del totale) si capì che il Professore non aveva scherzato affatto. 24 voti non glieli aveva accreditati nessuno. È proprio partendo da quell’esperienza che, quattro anni dopo, Giovanni Malagò lancia la sua sfida al sistema: l’avversario, adesso, è Raffaele Pagnozzi (braccio destro di Petrucci non più candidabile da Statuto) e la missione appare ancora impossibile. Malagò-Chimenti è una specie di “ticket” all’americana, col Professore nel ruolo di king-maker. Contro ogni pronostico, contro ogni verifica fino alle ultime ore di vigilia, il ticket vince. La missione impossibile è realizzata e Chimenti assume la Presidenza di Coni Servizi, la vera cassaforte del Comitato Olimpico. Da qui bisogna ripartire, sia per evitare di liquidare come velleitarie certe proposte di Chimenti, sia per capire che, proprio in veste di Presidente di Coni Servizi, il Professore ha un ruolo e una credibilità che gli aprono le porte del dialogo con le Istituzioni.

Portare la Ryder Cup a Roma è ben più complesso che vincere, sia pure da sfavoriti, le elezioni del Coni. Gli ostacoli sono tali e tanti che scoraggerebbero chiunque: dai costi di un adeguamento e/o creazione ex novo di un campo idoneo, alle garanzie da presentare agli Organizzatori fino al rispetto della norma che impone al Paese designato di ospitare, negli anni precedenti, edizioni di Open e Senior Open con montepremi alti. In più, come italiani, dobbiamo aggiungerci le incognite del Sistema-Paese e, anche, del nostro sistema-golf. Il Sistema-Paese, peraltro in gravissima difficoltà, ha pochissima cultura golfistica e fatica perfino a realizzare i benefìci dell’indotto di una manifestazione come la Ryder Cup, terza per importanza dopo Mondiali di Calcio e Olimpiadi. Il sistema-golf non manifesta maggior sensibilità: un paio d’anni fa, una mezza rivolta dei tesserati costrinse la Federazione a rinunciare al modesto contributo chiesto per finanziare l’Open d’Italia in difficoltà. I  tesserati francesi, invece, stanno pagando (e pagheranno per anni) un contributo finalizzato all’organizzazione della Ryder 2018 al National. Insomma la sfida è ai confini della realtà, ma Chimenti (non solo per i precedenti ricordati) pare avere una predisposizione a flirtare con l’impossibile. È anche fortunato, il Presidente, e ammette di esserlo.

Ma, se senza fortuna non si vince niente, solo con la fortuna non si va da nessuna parte. Nel periodo economicamente più grigio per l’Italia dal dopoguerra a oggi, Chimenti si accolla il rischio di proporre una visione, uno scenario. Magari la sua missione si rivelerà davvero impossibile e la sua idea veramente pazza. Ma riconosciamogli, quantomeno, il merito di uscir dalla trincea mentre quasi tutti se ne stanno al riparo.

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