In oltre trent’anni di carriera Butch Harmon, autorevolissimo coach di fama mondiale, ha lavorato con molti campioni. E diversi trionfi nelle gare più importanti o nei Major portano la sua firma, nascosta nello swing del vincitore di turno. Eppure lui, con umiltà, ammette: «Ho finito per imparare dai campioni molto di più di quello che ho insegnato». E svela alcune tra le “lezioni” ricevute e messe, poi, a disposizione di tutti gli altri golfisti. Compresi voi

di Butch Harmon

testo raccolto da Peter Morrice

Ho iniziato a lavorare con Greg Norman nel 1991, poco dopo che perse la prima posizione del ranking mondiale a favore di Nick Faldo. Greg aveva cronicizzato un difetto nel suo swing: faceva scivolare le anche così tanto verso l’obiettivo durante il downswing, che il bastone scendeva dietro di lui, causando a volte un blocco a destra che risultava fatale. Sapevo che avrei dovuto fargli ruotare le anche prima, nel downswing, per contenere un po’ quel movimento in avanti. Greg è la persona più concentrata che abbia mai incontrato. Quando vuole qualcosa, è inarrestabile; e s’impegnò a cambiare il suo swing. A volte ci furono momenti davvero difficili, ma due anni dopo tornò a essere il Numero Uno. Ciò che ho imparato allora è che i grandi giocatori possono fare qualsiasi cosa tu chieda loro a livello fisico. È molto semplice. Quando chiedi loro di fare qualcosa, puoi averci visto giusto o puoi sbagliarti: loro la fanno ed è meglio che non ti sbagli.

Negli ultimi trent’anni ho avuto la fortuna di lavorare con alcuni giocatori eccezionali e da loro ho imparato moltissimo: il ritmo da Fred Couples, il gioco corto da Mickelson, la sensibilità da Ballesteros, la pura determinazione da Tiger Woods. Ogni volta che lavoro con giocatori che hanno un modo particolare di fare qualcosa, voglio sapere come lo fanno. Chiedo loro cosa pensano, cosa sentono. Il giocatore in me è curioso riguardo a queste cose. Come coach, invece, so che scoprire come i più grandi giocatori riescono a eseguire i loro movimenti migliori mi sarà utile con tutti i miei studenti. Lungo la strada ho anche imparato a rapportarmi con le persone: sapere quando dare loro spazio, capire quando spronarli, intuire quando hanno bisogno di una risata o di un abbraccio. La gente mi chiede quale sia il segreto dell’insegnamento, e io rispondo: «Io non insegno alle persone il golf; io insegno alle persone a giocare a golf». E loro, in cambio, insegnano a me.

Tiger Woods

Un fade per scommessa

Nei dieci anni in cui ho lavorato con Tiger Woods a partire dal 1993, ho imparato che il modo migliore per motivarlo è dirgli che non è in grado di fare qualcosa. Se giocava con qualcuno che aveva un tiro che gli piaceva, io gli dissuadevo: «Non fa per te. Ci vorrebbe troppo tempo per impararlo». Tiger allora si metteva a lavorare senza sosta per dimostrarmi che invece poteva farlo; e in pratica ci riusciva ogni volta. Nel 1998, al Mercedes Championships al La Costa, all’inizio della settimana eravamo sul campo pratica per cercare di fare un fade con i suoi ferri lunghi. Non ci riusciva e stava perdendo la pazienza. Ho notato che sul lato destro del campo c’era un passaggio nella recinzione dove il car poteva entrare e uscire, a circa 220 metri di distanza. Dissi a Tiger: «Scommetto cento dollari che non riuscirai a fare fade centrando quell’apertura. Ti dò cinque possibilità». Posizionò la palla, le diede quell’occhiataccia “alla Tiger” e la lanciò attraverso il passaggio al primo swing con una perfetta curva da sinistra a destra. Persi cento dollari, ma sapevo che avevamo appena fatto grandi progressi su quel fade. Nessuno di noi è Tiger Woods, ma a volte una piccola sfida può metterci sulla strada giusta.

Dustin Johnson

Pianta il seme e aspetta

Dustin tirava dei draw potenti e alti con il driver, che però, a volte, degeneravano in un gancio che spediva la palla fuori limite. Sul tee di pratica faceva anche qualche fade, nel caso in cui ne avesse avuto bisogno. Io gli ho insegnato la vecchia versione di Nicklaus del fade: punta la faccia del bastone nella direzione in cui vuoi che finisca la palla, allinea il corpo a sinistra, poi fai uno swing lungo le linee del corpo. E così Dustin faceva questi bei fade controllati che riuscivano ad arrivare lontanissimo. Sapevo che questo era il colpo migliore per lui dal tee, ma non ho mai insistito perché lo usasse. Mi assicuravo semplicemente che continuasse a farlo durante l’allenamento e che lo usasse sul campo quando lo riteneva opportuno. Un giorno, circa tre anni fa, mi disse. «Riesco ad arrivare sul fairway molto più spesso con il fade; perché allora non lo faccio ogni volta?” Ho pensato: “Grazie tante. Ora Dustin è letale con il suo drive in fade. Quando lo tira bene non credo ci sia qualcuno in grado di batterlo”. La lezione per me: a volte devi piantare il seme e lasciare che il giocatore ci arrivi da solo. Niente dà soddisfazione quanto vedere che il successo arriva da una tua grande idea.

Phil Mickelson

Le due posizioni di Lefty

Quando ho iniziato a lavorare con Phil qualche settimana prima del Players Championship nel 2007, ho notato qualcosa durante i giri di allenamento: nei colpi vicino al green giocava la palla molto avanti o molto indietro, non c’era nessuna via di mezzo. Ho sempre insegnato a tenere la palla in una posizione intermedia per un pitch, spostandola progressivamente in avanti per aggiungere loft e progressivamente indietro per togliere loft. Ho chiesto a Phil, e lui mi ha confermato che per i chip ha due posizioni della palla: vicino al piede anteriore e vicino al piede posteriore. Per chiarire, Phil ha milioni di colpi diversi con bastoni diversi, ma la palla è sempre in una di queste due posizioni, nessuna zona grigia. La posizione avanzata gli permette di far scivolare il bastone sotto la palla per ottenere una traiettoria più alta; la posizione arretrata gli permette di schiacciare la palla contro il terreno e di ottenere minore spin. Ho provato il metodo di Phil su alcuni giocatori dilettanti e ben presto ho capito che era più facile e veloce imparare usando le due posizioni. Quindi spesso è così che insegno questo colpo. E dire ai giocatori: «A proposito, Phil Mickelson fa così» aiuta molto.

Seve Ballesteros

Il valore dell’istinto

Nel 1995, Seve mi chiese di andare in Spagna un paio di settimane per lavorare con lui sul suo swing. Mi resi conto immediatamente che era un giocatore incredibilmente istintivo entrato in crisi nel tentativo di fare uno swing tecnicamente perfetto. Sapevo che avrei dovuto farlo ritornare al punto in cui sapeva d’istinto come doveva colpire e semplicemente lo faceva. Ogni giorno andavamo sul campo con un caddie che rimaneva sul fairway per recuperare le palle. Cercavo di sbloccarlo, ma era impantanato in tutti i suoi ragionamenti tecnici. Alla fine, per disperazione, mi sono allontanato di una trentina di metri e gli ho intimato: «Ok, ora ti dirò quale colpo fare, e tu fai in modo che la palla mi superi». Seve si allarmò e, nel suo forte accento spagnolo, replicò: «“Bootch”, rischio di ucciderti». Ma alla fine si convinse a provare. Alzavo la mano destra e dicevo: «Fammi un fade da qui». E lui lo faceva. Alzavo la sinistra: «Fammi un draw». E lui lo faceva. «Ora un colpo alto proprio sopra la mia testa». E lui lo faceva. Continuammo così; e giuro che il caddie non doveva fare più di due passi a destra o a sinistra per recuperare quelle palle. Vedi il colpo, e lo fai. Questa è una lezione che mio padre, Claude Harmon, vincitore del Masters nel 1948, mi aveva insegnato anni prima: scopri cosa una persona riesce a fare in modo naturale e lavora su quello. Vedo così tanti giocatori, professionisti e dilettanti, combattere contro il loro istinto per cercare di diventare qualcosa che non sono. Invece, scopri cosa ti riesce bene e parti da quello.

Rickie Fowler

Lascia scivolare il bastone

Rickie e io abbiamo lavorato sodo sul suo colpo pieno da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme nel 2014, ma ho sempre ammirato il modo in cui colpisce perfettamente i suoi pitch, specialmente quando il lie non è dei migliori. È una cosa con cui io personalmente ho sempre avuto delle difficoltà, giocando. Un paio di anni fa, prima dello Houston Open, ci stavamo allenando al Lochinvar, dove ero il pro negli anni Novanta, e dissi a Rickie che dovevo sapere il suo segreto. Mi mostrò come tiene la testa del bastone bassa sul terreno durante i pitch così che scivoli su di esso durante l’impatto, invece che impattare dall’alto sulla palla. I giocatori che hanno delle difficoltà con questo tipo di colpi tendono a piegare il polso troppo presto durante il backswing, finendo per conficcare il bastone nel terreno. Lo stile di Rickie è di fare un backswing ampio e poi concentrarsi sulla rotazione del corpo durante il colpo, il che porta a uno swing meno perpendicolare al terreno e gli permette di colpire la palla sfiorando l’erba. Si mette in posizione con le mani leggermente avanti alla palla e visualizza il fatto di tornare in quella posizione all’impatto. Quel giorno tutto mi fu chiaro, e iniziai a tirare questi piccoli colpi morbidi. Mi piace l’idea: far scivolare il bastone con la suola è molto più semplice che cercare di far scendere la testa esattamente sulla parte posteriore della palla. Provateci.

Fred Couples

Il segreto del wedge

Nel 2003 ho iniziato a lavorare con Fred. Lui era nel circuito professionistico già da vent’anni. L’ho visto giocare in moltissimi tornei; eppure, stare sul tee di pratica con lui fu un’esperienza totalizzante; quello swing lungo, fluido, il ritmo sempre perfetto. Come serebbe successo anni dopo con Rickie Fowler, anche allora volevo sapere di un colpo in particolare, in questo caso il mezzo wedge. Fred effettua i suoi colpi con il wedge senza avere alcuna fretta, mentre io, come tanti altri golfisti, tendevo a essere corto e veloce. Ha sempre la stessa routine quando colpisce con un wedge: fare un paio di morbidi movimenti di pratica per vedere dove il bastone colpisce il terreno, mettersi in posizione, posizionare la palla e colpire. Il suo swing è leggero persino sul terreno, scorrendo su di esso senza creare troppo divot. Dopo aver lavorato per un po’ con Fred, riuscivo a colpire dei wedge a 40 o 50 metri e pensavo: “Proprio come Freddie”. E ora dico la stessa cosa ai miei studenti. Se vedo qualcuno in difficoltà per un mezzo wedge, gli raccomando: «Fallo come Fred Couples». Nessun giocatore moderno è associato a un elemento dello swing quanto Fred lo è con il ritmo. Semplicemente visualizzando il suo swing fluido un giocatore è in grado di rilassarsi e di tirare il colpo senza difficoltà. Può davvero essere molto semplice.

José María Olazábal

Questioni di stance

Ho conosciuto José María grazie a Seve a metà degli anni Novanta e potrei passare tutta la giornata a guardare i suoi chip e i suoi pitch. Uno dei migliori giocatori che abbia mai visto. Imprime molto backspin sulla palla, perché ha un downswing particolare in cui aumenta l’inclinazione del polso mentre il bastone scende verso la palla. Questo dà un po’ più di energia allo swing al momento dell’impatto, il che aumenta lo spin. Ma non è di questo che voglio parlare. José María fa qualcosa di molto semplice nei colpi effettuati intorno al green, qualcosa che ogni giocatore dovrebbe provare: gioca con uno stance neutro o addirittura chiuso. Ai giocatori viene spesso insegnato di assumere uno stance aperto, per vedere meglio la linea di tiro o per favorire la torsione del corpo all’impatto, ma è un suggerimento che in realtà complica i loro progressi. Quando ho chiesto a José María dello stance neutro, mi ha spiegato che quando si assume uno stance aperto la gamba posteriore interferisce con il downswing, così si tende ad allontanare il bastone da sé e colpire la palla dall’esterno all’interno. Questo può influire sul contatto tra bastone e palla e imprimere un sidespin da sinistra a destra, così che la palla non rotola dritta. Non avevo mai sentito nessuno spiegarlo in questo modo; e aveva perfettamente senso. Questo suggerimento di José María ha cambiato il modo in cui insegno il gioco corto: ora si parte sempre da uno stance neutro.

Jimmy Walker

Bastoni e chip

Il padre di Walker era un giocatore dilettante molto bravo; aveva l’abitudine di mandare il piccolo Jimmy nel giardino dietro casa con il wedge dal loft più alto e di dirgli di tirare tutti i colpi a cui riusciva a pensare. Era un ottimo suggerimento, perché ha sviluppato in Jimmy l’abilità di produrre colpi a comando. Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme sei anni fa, Jimmy usava il suo wedge con un loft di 60 gradi per tutti i colpi in prossimità del green. Io sono cresciuto secondo la scuola di pensiero che si colpisce un chip con qualsiasi bastone che vada dal sand wedge al ferro 5. Ma quando ho visto Jimmy fare tutto con un unico bastone, sentivo la voce di mio padre che diceva: “Non interferire con qualcosa che un giocatore riesce a fare bene”. Continuo a insegnare alla gran parte dei giocatori a usare bastoni diversi in prossimità del green, ma Jimmy mi ha mostrato un modo diverso di farlo. E quando incontro un giocatore che si trova molto bene con un determinato bastone lo lascio fare, perché uno dei golfisti migliori nel gioco corto fa così. E funziona. Questo dimostra che non ci sono regole fisse. Se qualcosa funziona, funziona e basta.

Greg Norman

Il segreto della concentrazione

All’inizio vi ho parlato di una cosa che ho imparato da Greg Norman; ma devo assolutamente aggiungerne un’altra, perché questa ha avuto influenza non solo sul modo in cui gioco e insegno, ma anche sulla mia vita. “Lo Squalo” è stato uno dei giocatori più rappresentativi del golf fin quasi dall’inizio della sua carriera. Dotato di carisma e di un’aria da leader, oltre che di un gioco eccezionale, Greg aveva tantissimi impegni: incontri d’affari, apparizioni pubbliche, eventi organizzati dagli sponsor. Ha sviluppato una grande abilità nel gestire il suo tempo. Ero sempre sbalordito di quanto fosse in grado di dare la sua totale attenzione a ogni frammento della sua giornata. Quando avevamo due ore sul campo pratica, per due ore non si faceva altro che tirare. Per quanto sia una persona che sa come piacere alla gente, c’era poco spazio per le chiacchiere e non esistevano tempi morti. Mi ha insegnato come concentrarmi nella confusione, un’abilità eccezionale. A volte durante un Major o alla Ryder Cup capita che ci siano quattro o cinque giocatori che vogliano parlare con me. So che devo dare a tutti ciò di cui hanno bisogno, ma posso aiutare soltanto chi al momento sia lì davanti a me. In situazioni come quelle, penso a Greg: “Concentrati su quello che stai facendo adesso, poi passa alla cosa successiva… Concentrati su quello che stai facendo adesso, poi passa alla cosa successiva…”. So che non sarei l’insegnante o la persona che sono senza l’influenza di Greg. È strano, se ci pensate: per quarant’anni, il mio compito è stato quello di insegnare, ma ho finito per imparare dai campioni molto di più di quello che ho insegnato.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 300 – aprile 2019