ST LOUIS, MO - AUGUST 09: Francesco Molinari of Italy waits to play his tee shot on the 17th hole during the first round of the 100th PGA Championship at the Bellerive Country Club on August 9, 2018 in St Louis, Missouri. (Photo by David Cannon/Getty Images)

«Smettiamo di allungare le buche e aboliamo il par»: è l’idea un po’ radicale di un campione Major. Che, ad anonimato garantito, può permettersi di dire quello che pensa davvero.

Già dagli anni Trenta si discute del fatto che la pallina va troppo lontano, ma negli ultimi tempi se ne parla sempre più spesso.

Una metà del mondo del golf pensa che non ci sia alcun problema; ma l’altra metà pensa che la situazione sia disastrosa.

«Gran parte dei miei colleghi con contratti pubblicitari non si sono saggiamente espressi o hanno mantenuto una certa prudenza in merito alla questione delle restrizioni sull’attrezzatura.

Ma credo sia necessario che almeno uno di noi dica la verità», esordisce senza mezzi termini un giocatore affermato. «Perdonatemi se non rivelo la mia identità, ma così è più semplice.

Vi basti sapere che sono un campione Major, nel caso in cui questo possa dare maggior peso a quanto voglio che sappiate.

Prima di tutto, dimenticatevi di qualsiasi numero abbiate letto riguardo alla distanza del drive. Non hanno alcun significato.

Il PGA Tour non ci rivela le buche da cui vengono rilevate le misurazioni.

Dicono che scelgono quelle in cui gran parte dei giocatori usa un driver; ma per quanto ne sappiamo potrebbero essere in salita, in discesa, o verso fairway più stretti dove non tutti colpiscono davvero con tutta la potenza.

Le statistiche pertanto possono essere presentate in modo da dimostrare qualsiasi cosa si voglia attestare.

Gli enti regolatori nel golf (e in qualsiasi altro aspetto della vita) hanno usato da sempre le statistiche per giustificare decisioni ormai prese.

È comunque vero che i nostri colpi sono diventati più lunghi.

Chiunque sia stato sui campi dei maggiori tornei negli ultimi due decenni può confermarlo.

Un drive da 280 metri un tempo era il risultato di una serie di fattori: un giocatore forte che riesce a centrare lo sweet spot al momento giusto, ottenendo un buon primo rimbalzo.

Ora, invece, puoi colpire con il collo del bastone, voltarti dall’altra parte per non guardare, e la pallina vola comunque a 290 metri.

Ma ha davvero importanza?

La distanza è un concetto relativo. Se la tua pallina supera quella del tuo avversario sei felice; altrimenti, no. Però la sensazione è la stessa sia che il drive arrivi a 180 metri sia che raggiunga i 360.

Questo grande aumento della distanza era inevitabile. La scienza dello sport ha portato a molti record mondiali in tante discipline diverse.

Gli atleti sono più grandi, più forti, più veloci e hanno a disposizione più strumenti e attrezzature per aiutarli a migliorare.

Il rappresentante di un marchio di scarpe mi ha detto che la misura media per i tornei è passata dl 42 al 44.

Ma quando è stato battuto il record olimpico dei 100 metri, hanno forse allungato la gara a 105 metri? E poi di nuovo a 107 metri? Naturalmente no.

Nel golf, invece, non è andata così. Si allungano le buche e credo che sia un grande errore. I campi sono la più grande risorsa del golf.

Dato che vengono mostrati in televisione, quelli su cui giochiamo hanno un’eccessiva influenza su tutti gli altri.

volta che aggiungiamo dei tee, che restringiamo l’ampiezza dei fairway, che facciamo crescere l’erba del rough così alta che a malapena si riesce a trovare la pallina, che mettiamo le aste ad appena due passi dal bordo del green, tutto per farci fare gli stessi punteggi di Bobby Jones, Ben Hogan e Jack Nicklaus, lo scopo originale di un campo da golf viene snaturato.

Quello che stanno facendo al Shinnecock Hills per lo U.S. Open del prossimo giugno è grottesco: il golf non è una gara per vedere chi tira più lontano e più dritto.

Lo sport che stiamo facendo vedere non dà l’impressione di essere divertente. Il vero divertimento sta nel mezzo. Che noi saltiamo.

Scagliare una pallina a un chilometro di distanza sul fairway non vale quanto il brivido di riuscire a fare un colpo rischioso per rimettere la pallina in gioco, di ottenere un buon rimbalzo, di vedere il tuo avversario tremare all’idea di dover imbucare da un metro.

Ma il gioco si adatterà sempre ai campi su cui viene giocato.

Se il PGA Tour si giocasse ogni settimana su campi come l’Harbour Town (Hilton Head Island, Carolina del Sud, a due passi dalla Georgia) ci orienteremmo verso una pallina che copre distanze minori, con spin e curvatura maggiori, e che sia più performante sul green. Ma la realtà è che giochiamo su campi lunghi; quindi dobbiamo guadagnarci da vivere trovando il modo di tirare la pallina il più lontano possibile.

Mettiamo da parte per un momento tutte le implicazioni economiche e logistiche che una restrizione dell’attrezzatura innescherebbe.

Facciamo finta che gli spettatori continuino a seguire i tornei anche se Dustin Johnson tirasse a 230 metri: sarei interessato a fare in modo che la pallina volasse meno lontano?

Certo. Probabilmente proporrei di ritornare ai driver più piccoli e con canna in acciaio che usavo quando, da adolescente, mi sono innamorato di questo sport. Ognuno ha la propria opinione su quale sia stato il periodo migliore del golf.

Tra vent’anni le persone avranno nostalgia dei bastoni e delle palline che oggi sono i nuovi arrivi sugli scaffali dei negozi.

Il punto è che il golf non ha mai avuto e non avrà mai il suo “momento perfetto”.

L’amore per questo sport ha ragioni più profonde di ciò che si vede all’apparenza.

A dispetto di alcuni studi secondo cui il golf verserebbe in cattive acque, l’atmosfera che si respira al PGA Tour è la migliore di tutta la mia carriera.

Molti giocatori giovani si sono fatti un nome e sono almeno una decina i pro che potrebbero diventare il Numero Uno nell’arco di un paio di mesi.

Allora, evitiamo di continuare a fare modifiche inutili a palline e bastoni.

Tutto ciò che dobbiamo fare è proteggere la risorsa più importante del golf, cioè i campi.

E il resto verrà da sé. Come?

Io propongo di abolire il par. Ricordiamoci che il punteggio in base al par è stato introdotto al Masters del 1960.

È vero, ha reso più comprensibile la disposizione dei diversi giocatori sul campo da golf, e ha reso lo sport più adatto a essere trasmesso in televisione.

Ma a cosa ha portato? Par è un numero arbitrario che altera la percezione di cosa sia un buon campo.

Spesso Oakmont dà l’impressione di essere un par 76; ma se quello fosse il numero sullo scorecard, nel momento in cui il vincitore chiudesse a -20 tutto il mondo direbbe che è un campo che non vale nulla.

Le buche più interessanti del PGA Tour, e del golf in generale, sono quelle in cui il par è chiaramente irrilevante.

La 10 al Riviera, la 18 al Torrey Pines South, la 15 al TPC River Highlands… e l’elenco potrebbe continuare. Nella tipo di competizione che dà più emozioni, cioè la gara a buche, il concetto di “par” non ha valore.

Potremmo giocare il Masters dai tee regolari e sarebbe comunque un torneo molto emozionante, perché l’Augusta National è un campo eccezionale.

Certo, dovremmo usare di più i wedge, ma che importanza ha?

I professionisti sono bravi. Se lo si guarda dalla giusta prospettiva, il wedge offre più possibilità di effettuare colpi diversi, e in modi diversi, rispetto a ogni altro bastone nella sacca.

So che l’idea sembra radicale, ma il concetto è, in realtà, molto semplice: il punteggio più basso vince.