Uno dei piaceri veri del golf, come noto, è la scoperta di nuovi campi. Dà la stimolante sensazione di mettersi alla prova su un terreno sconosciuto, introducendo la variabile di sfide diverse dal solito. Ora è altrettanto noto che, per i veri Carrellanti, tutti i campi del mondo si dividono in due macrocategorie: “campi belli” e “campi brutti”. Belli sono tutti quelli dove si è giocato bene; brutti, tutti gli altri. Per deduzione logica, basata sui racconti di sciagure varie patìte in varie parti del mondo, i brutti rappresentano una schiacciante maggioranza. Il fascino sottile della nuova sfida dura, in genere, il tempo che separa il primo tee shot dalle prime disavventure. Può essere anche un “non tempo” (definizione che offriamo gratuitamente alla comunità scientifica internazionale), se il drive inaugurale decide di seguire una traiettoria inopinata. Se non è prevista una ciambella di salvataggio sotto forma di mulligan, l’incantesimo del nuovo test potrebbe finire ancor prima di cominciare.

 

Ma il punto è: meglio sfidare l’ignoto o rifugiarsi sempre nel fin troppo noto (cioè nel proprio campo di elezione)? In soldoni: la via vecchia o la via nuova? Il proverbio non ha dubbi: si sa quel che si lascia, non quel che si trova. Inoppugnabile. Ma siamo sicuri che sapere sia sempre un vantaggio? Eviterò di prenderla troppo da lontano, riandando al racconto del Libro dei Libri: ma è un fatto che i guai per Adamo ed Eva, e tutta la progenie di cui siamo parte, sono cominciati per aver voluto sapere, mangiando il frutto della conoscenza. Una mela e apriti cielo: pane da guadagnare col sudore della fronte, parti dolorosi e disgrazie assortite (dai quali non escluderei il socket, la flappa e/o i tre putt). Verrebbe da dire che, al tempo dei tempi, le mele costavano un po’ troppo care. Resta il fatto che se i protogenitori fossero stati meno curiosi, ci saremmo risparmiati un sacco di guai.

 

Ma non divaghiamo e torniamo con i piedi per terra. Del proprio campo si conosce tutto. Anche se non capita quasi mai di giocare due volte nello stesso modo la stessa buca, se ne sanno le insidie, quelle oneste e quelle subdole e, soprattutto, si ha un’idea piuttosto precisa delle pendenze dei green, dovunque sia la bandiera. Ma la conoscenza comprende, purtroppo, anche il ricordo: dei tuffi in acqua per aver osato troppo, dei doppi bogey per aver osato poco. La conoscenza approfondita dei pericoli non implica automaticamente la capacità di evitarli. Anzi, troppo spesso, è proprio la tensione del rischio conosciuto a condizionare la fluidità dello swing, aprendo la porta all’errore. A tutti sarà capitato, giocando un campo nuovo, di scoprire dopo un buon colpo che lì sotto, dove lo sguardo non poteva arrivare, c’era un ruscello o magari una zona di rough inestricabile. Ma, nella beata incoscienza, il colpo era partito bello, ben attaccato, deciso, senza quel tanto di tensione addizionale che la vista dell’ostacolo avrebbe provocato. E quante volte, invece, avendo ben chiara la visione di un laghetto perché del nostro campo conosciamo ogni anfratto, l’idrofobia ha rattrappito lo swing, accorciando la traiettoria?

 

Sono giochi della mente, certamente i più pericolosi: sono le conseguenze dolorose della conoscenza. “Fatti non foste a viver come bruti…”, ammoniva il padre Dante. Ma, dopo qualche centinaio di palline recapitate ai pesci proprio per la perfetta consapevolezza di dover volare uno specchio d’acqua, devo ammettere di aver rivalutato l’opportunità di vivere da bruti, lasciando volentieri ad altri sia la virtute che la conoscenza.

 

In genere, c’è un momento nella stagione (parlo a titolo strettamente personale) in cui avverto l’esigenza di staccarmi un po’ dal mio campo. Non è tanto la voglia di sfide nuove, dato che, purtroppo o per fortuna, di campi ne giro tantissimi di anno in anno. È piuttosto il desiderio di affrancarmi dal ricordo delle recenti disavventure, per affrontare 18 buche a mente più libera, senza condizionamenti. Insidie ce ne saranno lo stesso, per forza: ma non si trascineranno il ricordo di questo o quel misfatto che tante volte, sulle buche arcinote, mi aveva tarpato le ali.

 

Insomma vanno bene la conoscenza, la mela, la Commedia e Padre Dante; ma ogni tanto un po’ d’ignoranza non ci sta male. Inconsapevoli, spensierati potremmo affrontare buche anche difficili con una sana dose d’incoscienza. E magari scoprire certe insidie solo dopo averle brillantemente superate. Volete mettere quanto gratificante sarebbe un brividino di soddisfazione per il pericolo scampato grazie al fatto di non conoscerlo? Tanto il Paradiso terrestre ce lo siamo giocato da un pezzo.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 306 – novembre 2019