ST LOUIS, MO - AUGUST 09: Francesco Molinari of Italy waits to play his tee shot on the 17th hole during the first round of the 100th PGA Championship at the Bellerive Country Club on August 9, 2018 in St Louis, Missouri. (Photo by David Cannon/Getty Images)

I giorni che stiamo vivendo, a cavallo fra gli ultimi colpi di coda dell’inverno e qualche timido annuncio di primavera, sono assimilabili ai primi giorni di scuola della nostra infanzia.

Risalendo (purtroppo) la mia infanzia ai tempi in cui a scuola si tornava il primo ottobre, il ricordo associato allo squillo della prima campanella è il classico tema d’inizio stagione, che invariabilmente suonava così: “Primi giorni di scuola: impressioni, speranze, proponimenti”.

Quasi tutti i bambini (stiamo parlando di Elementari) riversavano sul foglio una melassa di buoni sentimenti, di pie intenzioni, di solenni impegni a studiare di più.

Perché, si sa, raramente i temi riflettono il vero pensiero dei bambini che, invece, tendono a compiacere insegnanti e genitori scrivendo quello che i grandi vogliono sentirsi dire.

Ora, pur se non più infanti, cosa scriverebbero i Carrellanti in un tema del genere agli albori della nuova stagione?

Provo a indovinare, conoscendo le pieghe segrete dell’animo dei Confratelli.

Primo: prometto di tirar su tutti i miei pitch-mark (ragionevole, ma già la metà sarebbe un successo).

Secondo: prometto di rastrellare accuratamente tutti i bunker in cui finisco, impronte di scarpe comprese (idem come sopra).

Terzo: prometto di combattere il gioco lento cominciando da me stesso.

Soffermiamoci un momento su questo punto.

Vi sottopongo il testo, autentico e letterale, di un intervento al riguardo: “La lentezza è certamente il maggiore dei difetti che caratterizzano il golf moderno (attenzione a questo aggettivo: “moderno”, n.d.a). Lo scorso anno sia la U.S.G.A. che il Royal and Ancient, vista la tendenza sempre crescente al rallentamento del gioco, hanno tentato di istituire delle regole per penalizzarlo, e bisogna riconoscere che dette regole non hanno sinora ottenuto dei risultati apprezzabili”.

Il tema, dunque, è attualissimo.

Salvo un piccolo dettaglio: il testo riportato figura a pag. 5 del numero 10 della Rivista “Golf” dell’Associazione Golfistica Italiana. Data: Novembre 1952.

Se ne ricava che il problema è annoso ma che, sessantasei anni dopo, rimane attuale quanto insoluto.

E che il golf definito “moderno” nel 1952 si è sicuramente modernizzato da tanti punti di vista, ma ha fatto vistosi passi indietro sul piano della velocità di gioco.

Sulle palline del campo pratica attiguo all’Hotel Old Course di St Andrews c’è stampato un numero che vuol essere un’esortazione: “Tre ore e 57 minuti”.

Questo, nelle intenzioni dei custodi della tradizione, dovrebbe essere la durata ideale per un giro di 18 buche.

E infatti sugli score distribuiti ai fortunati che trovano posto per giocare sul campo più famoso del mondo, la somma dei tempi dà proprio quel totale, scandito buca per buca da una media di 12’ per un par 3, 13/14’ per un par 4, 17’ per un par 5.

Ora, escludendo chi parte come primo team in un’alba estiva senza nessuno davanti e in compagnia di handicap bassi, c’è qualcuno tra i lettori che possa annoverare un giro sotto le quattro ore nell’ultima stagione?

Ci stiamo trasformando inesorabilmente da Carrellanti in Carrellenti.

È vero che non riceviamo buoni esempi dai campioni del Tour, sempre più lenti.

Ma – mentre loro sono condannati alla caccia al birdie, e dunque alla valutazione meticolosa di tutte le possibili variabili di lie, vento, pendenza, natura dell’erba, grado di umidità, stimpmeter, verso del green, varie ed eventuali – la maggior parte di noi deve soprattutto badare ad acchiapparla quella benedetta pallina.

E dunque farsi troppi film (e scimmiottare il peggio dei campioni, come se avessimo davvero qualcosa in comune con loro) non è semplicemente inutile.

È molto spesso dannoso. Anche perché uscirsene con un flappone dopo un’interminabile valutazione di tutti i possibili fattori in gioco è quanto di più deprimente ci possa capitare.

Perciò, cari amici, diamoci una mossa.

Faremo un favore a chi gioca con noi e a chi gioca dietro di noi. E magari anche a noi stessi: perché in fondo se sbaglieremo giocando veloci avremo, bello e preconfezionato, un alibi ideale.

E conoscete qualcosa di più prezioso di un alibi nella nostra vicenda esistenziale di Carrellanti?

Io, personalmente, no.

Anzi, come forse ricorderete da alcune note precedenti di questa rubrica, considero l’alibi il quindicesimo bastone che non può mancare nella nostra sacca.

E allora, forza: rilucidiamolo bene, quel bastone, affianchiamolo agli altri 14 (spesso inutili, loro) e via con la nuova stagione.

A passo svelto, però.