ST LOUIS, MO - AUGUST 09: Francesco Molinari of Italy waits to play his tee shot on the 17th hole during the first round of the 100th PGA Championship at the Bellerive Country Club on August 9, 2018 in St Louis, Missouri. (Photo by David Cannon/Getty Images)

Si allarga la controversia sullo yardage. Da una parte chi sostiene che i giocatori ormai siano troppo lunghi. Dall’altra chi reputa gli incrementi poco significativi. Tra discussioni, confronti e dibattiti, la questione è aperta. E non si vede la soluzione.

di Mike Stachura

Forse è soltanto una coincidenza, ma la United States Golf Association e il Royal and Ancient Golf Club of St. Andrews – universalmente noti come USGA e R&A – hanno presentato congiuntamente la loro a oggi più preoccupante relazione sulla distanza dei drive proprio il giorno dopo a quello in cui la media del field al WGC Mexico Championship (che ha visto lo scorso 4 marzo tornare alla vittoria Phil Mickelson) è stata di quasi 280 metri, una dozzina di metri in più rispetto alla media del Tour nel 2017. In questa stagione è il nono torneo in cui è stata superata la distanza media del drive dello scorso anno, una lunghezza da record di 268 metri. Questa nuova relazione, insieme ai commenti che le autorità hanno rilasciato (in pubblico e in privato), suggerisce che gli Enti regolatori del golf si stiano orientando verso una restrizione dell’attrezzatura, una regolamentazione separata, o una combinazione delle due cose. La relazione non lo dichiara in modo esplicito; esprime soltanto il desiderio di un “confronto attento e approfondito” tra tutti i soggetti e di un “processo aperto al dialogo e inclusivo”. Eppure incombe lo spettro del cambiamento: la distanza, ci stanno dicendo gli Enti regolatori, è diventata ufficialmente un problema.

Ma i giocatori non ci stanno

La risposta non si è fatta attendere: quasi immediatamente due delle maggiori associazioni golfistiche hanno contestato la relazione e va fatto notare che senza il consenso del PGA Tour eventuali restrizioni non sarebbero possibili. In una lettera ai giocatori, Jay Monahan, commissario del PGA Tour, afferma senza mezze parole: “Noi non crediamo che i dati indichino un aumento significativo o anomalo della distanza dal 2003, o tra il 2016 e il 2017. Continueremo a collaborare e a condividere informazioni con la USGA e il R&A e siamo fiduciosi di riuscire a raggiungere un accordo”. Pete Bevacqua, amministratore delegato della PGA of America, che conta tra gli iscritti 29.000 professionisti PGA e che organizza il PGA Championship e la Ryder Cup, è stato più diretto: «Siamo molto scettici sul fatto che restrizioni su alcune o su tutte le caratteristiche tecniche della pallina da golf siano nei migliori interessi dello sport e del nostro impegno comune a far crescere il gioco». Il fatto che persone razionali raggiungano conclusioni diverse osservando gli stessi dati ci fa pensare che il “confronto attento e approfondito” potrebbe rivelarsi lungo e conflittuale. Non dimentichiamoci che l’acceso dibattito sulla regolamentazione delle scanalature è durato cinque anni, prima che dalla proposta si passasse all’applicazione; e una restrizione dell’attrezzatura dovrebbe superare molti più ostacoli.

Segni premonitori

La pubblicazione a marzo della relazione sulla distanza non è però arrivata all’improvviso; a dire il vero, è stata preceduta da crescenti manifestazioni di preoccupazione, che forse non sono state considerate come si sarebbe dovuto fare ma che ora appaiono evidenti. Un anno fa il direttore esecutivo della USGA, Mike Davis, durante un incontro ufficiale aveva sollevato la questione dei vincoli di tempo, dell’aumento dei costi e della scarsità di risorse causati dall’espansione dei campi da golf, chiedendosi “se questo avesse veramente fatto bene al gioco”. Ma durante lo stesso incontro Davis aveva anche affermato che “non prevediamo la necessità di restrizioni obbligatorie”. Poi, all’incontro annuale della USGA di febbraio, Davis ha sollevato apertamente il problema degli effetti del golf sull’ambiente, e ha affermato che l’aumento della distanza del drive “compromette l’integrità architettonica di alcuni dei campi da golf più belli”.Una settimana dopo la relazione, l’amministratore delegato del R&A, Martin Slumbers, è stato ancora più diretto, sostenendo che il resoconto USGA/R&A dimostra come la distanza sia passata da una “lenta crescita” a un “rapido aumento”, un fenomeno che nel Joint Statement of Principles del 2002 entrambi gli Enti avevano dichiarato di voler prevenire. «Se guardiamo questi dati, ci accorgiamo che probabilmente abbiamo già superato il limite», afferma categorico Slumbers. «Ora dobbiamo affrontare una seria discussione su quale sia la strada che vogliamo intraprendere».

Una regolamentazione? «Ci arriveremo…»

Non c’è dubbio che dietro le quinte questa discussione vada avanti già da un po’. La nomina lo scorso autunno di Nick Price, il tre volte campione Major inserito nella Hall of Fame, alla Commissione esecutiva della USGA non è stata puramente onoraria. Price, il giocatore di più alto profilo a far parte della Commissione, è da tempo sostenitore di una regolamentazione della distanza. Due settimane prima che venisse presentata la relazione, Jack Nicklaus, altro acceso sostenitore (forse il nome di maggior spicco) di una regolamentazione, ha lasciato intendere che Davis lo avesse rassicurato sul fatto che fosse allo studio una serie di misure per limitare la distanza del drive. Nicklaus aveva infatti ammesso che durante una cena Davis gli avrebbe confidato: «Ci arriveremo. E quando accadrà, avrò bisogno del tuo sostegno». Però, ora che il contratto televisivo da 1,2 miliardi di dollari con la Fox le ha dato maggior potere, forse la USGA potrebbe non aver bisogno di così tanto sostegno per promuovere delle restrizioni, specialmente contro una comunità di produttori di attrezzature da golf che lotta per i propri interessi in un mercato in ribasso.

La parola alle Case

Ma Acushnet, produttore delle palline da golf Titleist, ha intenzione di far sentire la sua voce. Per decenni alla guida dell’azienda c’è stato Wally Uihlein, agguerrito oppositore delle restrizioni. Se gli Enti regolatori pensavano che con il ritiro di Uihlein la loro relazione sulla distanza avrebbe incontrato minore opposizione, si sbagliavano. Il successore di Uihlein, David Maher, ha sposato la causa con lo stesso scetticismo rigorosamente basato sui fatti. «Qualsiasi cambiamento nelle distanze registrato nel 2017 non è immediatamente indicativo di una tendenza negativa», sostiene Maher. Che evidenzia quella che definisce come una “discrepanza nella relazione”: un’impennata nella distanza del drive in tre dei quattro Major nel 2017 rappresenta un terzo dell’aumento della distanza totale nel PGA Tour calcolato su tutta la durata dell’anno. Questi incrementi repentini sono l’aumento di 18,6 metri nello U.S. Open, di 7,4 metri nel British Open e di 6,4 metri nel PGA Championship. Ma se si prendono in considerazione tornei giocati sugli stessi campi di anno in anno, Maher afferma che l’aumento dal 2016 al 2017 è stato di soli 45 centimetri. «Un’analisi più attenta dei dati della relazione mette in evidenza quanto sia difficile fare un confronto di anno in anno che abbia una reale rilevanza», continua Maher. «Molte variabili hanno influito sui dati raccolti per il 2017, tra cui la selezione e la preparazione dei campi, le condizioni agronomiche e meteorologiche. Tutti elementi che vanno tenuti in considerazione quando si analizzano i dati».

Ecco i numeri

Le prime due relazioni della USGA sulla distanza del drive, del 2015 e del 2016, mostrano una crescita contenuta. Ma i dati del 2017 registrano un aumento netto e ingiustificato. L’aumento medio della distanza nei sette Tour professionistici è di 2,7 metri (paragonati ai 27 centimetri all’anno dal 2003), con un salto di quasi 6 metri e mezzo nel Web.com Tour, il primo tra i principali Tour professionistici con una media superiore a 275 metri (277). C’è un altro modo di interpretare questi dati, specialmente quelli del PGA Tour. Con un aumento medio di 2,7 metri nel 2017, dal 2003 la distanza del drive è aumentata di soli 6 metri. È una media di meno di 40 centimetri all’anno. Invece nel decennio precedente al 2003, quello che ha spinto gli Enti regolatori ad affermare che la distanza era diventata un problema, la media della distanza del drive è aumentata di quasi 18 metri, 1,8 metri all’anno e più di quattro volte il tasso di crescita visto negli ultimi 14 anni. Un dato interessante: la relazione del 2017 ha raccolto anche la distanza media del drive dei giocatori uomini dal 1996, un numero che va dai 182 metri nel 1996 a un picco di 199 metri nel 2005, per poi scendere a 190 metri nel 2017. Nel PGA Tour, invece, la distanza ha continuato a crescere fino al 2018: a metà marzo, 69 giocatori avevano una media di oltre 274 metri dal tee, probabilmente un massimo storico.

Un test interno

È insolito che la USGA e il R&A prendano i dati di un singolo anno, come il salto del 2017, e ne facciano un caso per promuovere un cambiamento. La regolamentazione sulle scanalature, ad esempio, è frutto dell’analisi di oltre due decenni di dati. Di fatto, la crescita della distanza del drive nel PGA Tour è stata finora minore in questa decade rispetto a ogni altra decade dal 1990 in poi. Gli Enti regolatori non hanno indicato una scadenza entro la quale verrà presa una decisione su una eventuale restrizione dell’attrezzatura, ma dal 2005 stanno studiando prototipi di palline da golf che raggiungono distanze minori. Golf Digest, la più autorevole rivista di settore al mondo (di cui questo giornale è l’espressione italiana), ha ottenuto campioni di uno dei prototipi e li ha testati a quattro velocità di swing: a 190 km/h, la pallina ha perso 20 metri; a 170, 29 metri; a 150, 6 metri e mezzo; e infine a 120 km/h, 9 metri.

Abilità e tecnologia

Riguardo al problema sulla sostenibilità, non è chiaro come gli Enti regolatori ne abbiano individuato la causa nella distanza. Un’indagine della American Society of Golf Course Architects ha rilevato che c’è maggiore interesse nella costruzione di tee che permettano di avere un campo più piccolo piuttosto che nella costruzione di più tee per un campo più grande. Qualsiasi dibattito su possibili restrizioni riguarderà “se” e “come” l’equipaggiamento dovrebbe essere limitato. Nella premessa della relazione si sottolinea “l’effetto dell’aumento della distanza sull’equilibrio tra abilità e tecnologia” e che “mantenere questo equilibrio è fondamentale per preservare l’integrità del golf”.

Sono cambiati anche i driver

Anche se l’attenzione è rivolta principalmente alla pallina, sta diventando sempre più difficile distinguere l’influenza della pallina da quella del bastone sulla distanza del drive. I driver, ad esempio, sono diventati più larghi, leggeri e stabili, con un posizionamento sempre più preciso del centro di gravità per colpi con una traiettoria di volo alta e poco spin. Per non parlare dell’elevato grado di preparazione degli atleti e del launch monitor, che assiste il giocatore nell’individuare la traiettoria e lo spin-rate ideali. Quanto siamo vicini al limite del potenziale umano in termini di distanza del drive? A che livello verrebbero applicate le restrizioni, e come è possibile che quel livello non sia influenzato dai livelli inferiori?

E se ci fosse già una nuova regolamentazione?

La storia ci insegna che gli Enti regolatori non iniziano un “confronto” come questo senza avere già pronta una regolamentazione. Così è successo con la faccia del driver, le scanalature e i putter “ancorati”; cambiamenti che, per quanto destabilizzanti, non hanno alterato significativamente il rapporto tra gioco, professionisti e pubblico pagante. Ma delle restrizioni nell’attrezzatura potrebbero mettere alla prova questo stato di cose. Nella loro relazione, la USGA e il R&A hanno espresso la disponibilità a una collaborazione per analizzare il problema, un approccio un po’ più democratico di quello che le autorità hanno a volte mostrato in pubblico. Tornano alla mente le parole di Joseph Joubert, filosofo e aforista francese, il cui pensiero si è maturato nel periodo della Rivoluzione Francese: “È meglio dibattere una questione senza risolverla, che risolvere una questione senza dibatterla”.