Il nome al fiumiciattolo che scorre dietro il green della 11 e davanti al green della 12 e al tee di partenza della 13 è stato dato in onore di John Rae, morto nel 1789 la cui abitazione era l’ultimo avamposto prima del forte di Augusta, che proteggeva gli abitanti della città dagli attacchi degli indiani.

Gli official del Torneo adottano una terminologia unica: la gara non è “The Masters”, bensì “The Tournament”; gli spettatori sono definiti “Patrons” (“Sostenitori”); le seconde nove, “Second Nine” anziché “Back Nine”; e il rough non si chiama così, ma “Second Cut”

Sono dieci gli alloggi al circolo e vengono utilizzati dai soci e dai loro ospiti. Sette formano un semicerchio fra il Par 3 course e la 10, mentre altri tre sono isolati. Fra queste l’Eisenhower Cabin costruita nel 1953 per l’allora presidente e dotata di speciali misure di sicurezza.

Il co-fondatore dell’Augusta National, Bobby Jones, prese parte al torneo per la prima volta nel 1934, terminando al 13° posto. Fu il suo rientro in campo a 4 anni dalla conquista del Grand Slam. Quell’edizione fu vinta da Horton Smith che, bissando il successo due anni dopo, divenne il primo “multiple winner” della competizione.

Nel 1949, per la prima volta nella storia del torneo, il vincitore riceve in premio la mitica “Green Jacket”. Fino ad allora, solo ai soci di Augusta era permesso indossare una giacca di quel colore, perché potessero differenziarsi dagli altri spettatori durante la settimana del Masters. Il Club estese questo onore anche al vincitore, ad indicare il suo ingresso nei membri onorari.

L’americano Fuzzy Zoeller, rookie del Masters, vince il primo playoff “sudden death” nella storia del torneo (fino ad allora erano stati su 36 e su 18 buche), superando Ed Sneed e Tom Watson alla seconda buca (n°11).