Dapprima il settimo posto all’open d’italia, poi la prima affermazione sul challenge e, infine, la vittoria del gran final e dell’ordine di merito: una stagione strepitosa per il giocatore pugliese che ora torna fra i grandi del maggiore circuito europeo

 

Il ragazzo di Puglia è arrivato in alto e ci è riuscito grazie all’abilità delle sue mani, alla forza delle sue gambe e, soprattutto, alla sua inossidabile determinazione. Francesco Laporta ha 29 anni, è professionista dal 2013, ma può essere considerato a tutti gli effetti l’uomo nuovo del golf italiano.
Il 7° posto all’Open d’Italia dell’Olgiata (migliore degli italiani) ha certificato la maturità già raggiunta con le ottime prestazioni sul Challenge: tra i grandi dello European Tour un posto gli spetta di diritto e, a conferma ulteriore, sono arrivate una settimana dopo (quando ancora non si era spenta l’euforia per l’exploit romano) la prima vittoria sul Challenge, che lo ha proiettato al vertice del Ranking, garantendogli la Carta; e lo scorso 10 novembre la cavalcata trionfale nel Gran Final di Mallorca, con annesso successo dell’Ordine di Merito del Challenge Tour. Sarebbe difficile spiegare, a chi non conosce il golf italiano, come sia possibile che un professionista di questo livello possa nascere in una terra, la Puglia, dove i giocatori si contano solo a centinaia, e non a migliaia come in altre regioni, o a centinaia di migliaia, quando non di milioni, come in altri Paesi del mondo. Ma questo, appunto, è il mistero del golf italiano.

 

Dal tennis al tee

«Ho cominciato tardi», racconta Laporta, «a 13 anni. Andavo in vacanza in Sudafrica dove ho dei parenti. Mi chiesero se volevo provare a tirare due colpi e accettai. Fu una specie di rivelazione per chi come me giocava a tennis fin da bambino. In realtà, la racchetta era un ripiego. Io ero e sono appassionato di calcio e tifosissimo dell’Inter. Ma quando sui 7 anni mio padre mi chiese di scegliere tra la racchetta e il pallone, io preferii la prima solo perché la domanda mi fu posta davanti al maestro di tennis… In realtà, non mi divertivo e appena potevo correvo dietro a un pallone». Il tempo per fortuna ha rimesso in ordine le cose. Ma guai a credere che sia stato facile: «Tornati in Puglia siamo andati al San Domenico che aveva appena aperto. Lì ho conosciuto Pietro
Cosenza, che ancora oggi è il mio maestro insieme con Massimo Scarpa. È cominciata così. Per fortuna, mio padre mi ha sempre incoraggiato e sostenuto, cosa non da poco, soprattutto perché aveva capito che per la scuola non ero proprio tagliato. Sia chiaro, con sacrifici, scuole serali e corsi speciali, mi sono anche diplomato; ma il golf oramai rappresentava la mia priorità e richiedeva molto impegno. Ho vissuto a Roma, dove mi allenavo agli Archi di Claudio, e tanto in Sudafrica sotto la guida di Gavan Levenson. In quegli anni di andirivieni tra l’Italia e il Sudafrica, si può dire che non ho mai visto l’inverno».

 

Mi sdoppiavo o mi triplicavo

Lo sport è fatto soprattutto di competizione. In Sudafrica, Francesco si allenava con una ventina di ragazzi del suo livello. Lavoro duro: tutti i giorni dalle 9 alle 17. Ma la cura è risultata efficace. In Puglia la situazione cambiava. Non c’erano modelli, punti di riferimento, colleghi con i quali misurarsi. «In effetti ero solo, ma questa condizione mi ha aiutato a crescere. Mi ha insegnato ad autogestirmi. Non avendo nessuno da sfidare, me la vedevo con me stesso. Andavo in campo con due o tre palline e cominciavo il mio personalissimo torneo, portando a termine tutti e quattro i giri, …ammesso che superassi il taglio. Insomma, mi sdoppiavo o mi triplicavo: ero sempre io, ma ogni pallina rappresentava un giocatore diverso. Segnavo tutti gli score, aggiornavo le statistiche e aggiornavo i palmarès a seconda che a vincere fosse la pallina numero 1, la 2 o la 3. Con i punteggi raggiunti vagavo anche con i sogni: con questo risultato posso vincere il Masters, con quest’altro l’Open Championship e chissà che cos’altro ancora. Era il mio modo per abituarmi alla sfida, alla competizione». Il sistema, alquanto originale, ha funzionato ed è efficace ancora oggi. «A parte i periodi in cui c’è da lavorare sullo swing per cambiarlo o migliorarlo, in campo pratica ci passo poco tempo. Una trentina di palline e via, in campo, perché è lì che misuri davvero le tue capacità. Puoi conoscere il percorso in ogni filo d’erba, ma ogni colpo in realtà rappresenta un’esperienza diversa».

 

Impegno e autostima

La storia del girovago Laporta comincia a delinearsi: i buoni risultati da dilettante (vittoria nel Riverwoods Junior Open nel 2010 in Olanda), la Nazionale, il Sunshine Tour, l’Alps, il Challenge e, nel 2016, il primo approdo, dopo le fatiche della Qualifying School, sul Tour maggiore, con poche soddisfazioni. «Non ero pronto», ammette, «e ne ero cosciente. Ma ho cercato di fare esperienza, ho imparato tutto quello che ho potuto giocando con gente più forte e preparata di me. Non ho mantenuto la Carta, ma è stato un corso terapeutico per il futuro». Mai avuto voglia di smettere nei momenti di crisi? «Mai», è la risposta convinta. «Il golf è uno sport per malati: se lo ami davvero, più sbagli più ti viene voglia di continuare. Sì, qualche volta mi è passato per la mente di lasciar perdere. Ma è stato un attimo, un flash senza strascichi. Un secondo dopo ero lì a dirmi che dovevo riprendermi, che dovevo far valere le qualità che sapevo di avere. Dovevo solo rimettermi a lavorare sodo». Ecco il segreto della svolta: impegno e autostima. «Lo scorso inverno ho rimesso mano allo swing e al modo di stare in campo. Avevo chiesto a Pietro e Massimo di aiutarmi a trovare continuità. È migliorato tutto, compreso il gioco corto e, soprattutto, il putt. Nei momenti di crisi, per intenderci, non avrei imbucato neppure il cratere di un vulcano… Sono arrivati così i primi risultati importanti sul Challenge che mi hanno dato fiducia. Il resto è storia di questi giorni».

Il tifo dell’Olgiata…

Già, ma è una storia importante, di quelle che ti cambiano la vita. «A cominciare dal conto in banca…», scherza, riflettendo su quei 164mila euro intascati all’Open d’Italia che, da soli, rappresentavano il doppio di quanto incassato fino a quel momento sul Challenge e quasi l’equivalente di quanto guadagnato in carriera.
Perché Francesco è così: schietto, sincero, realista e con un gran senso dell’ironia. Doti umane che gli sono servite a scalare classifiche e conquistare tifosi all’Olgiata di Roma. «I primi tre giorni li ho vissuti con un po’ incoscienza. Ma la domenica, quando sono salito sul tee della 1, insieme con Danny Willett,
un Masters champion, la pressione l’ho sentita eccome. Poi è partito il primo colpo, la palla è finita in mezzo al fairway e la paura è svanita. Sapevo di poter far bene ed è stato bello festeggiare insieme a tanti colleghi che ammiro e ai tanti amici e parenti che erano venuti dalla Puglia a fare il tifo per me. E stato bello ricevere centinaia di messaggi di congratulazioni, tra i quali quello di Francesco Molinari, uno dei primi. Ci siamo dati appuntamento in campo. Fantastico».

 

E poi, subito in Cina

L’euforia, però, può giocare brutti scherzi. Ma non in un tipo come Laporta che da Roma prende al volo un aereo, vola per tredici ore, arriva in Cina e dopo soli sette giorni trionfa nell’Hainan Open, prima vittoria in carriera sul Challenge Tour. «In realtà», spiega, «in Cina ero andato con l’intento di consolidare la mia posizione nel Ranking. Con gli altri colleghi italiani ce lo eravamo detti: l’obiettivo era la Carta. Quando, però, ho visto che ero in lotta per vincere, ho perso tutti i freni inibitori. Non avendo niente da perdere, tanto valeva provare a vincere, no? Pressione? Sì, sull’ultimo colpo… un putt da 20 centimetri». Ma è andata bene, anzi benissimo: altri 50.000 euro che fanno fieno in cascina e, addirittura, il primo posto nella Race to Mallorca. Chi lo avrebbe detto? Tutto in sette giorni. Normale che, nella gara successiva, il Foshan Open, ancora in Cina, ci fosse un po’ di rilassamento. Ma solo per un giro, il primo, con un +1 che di questi tempi mal si addice a Francesco. «Sì, forse ero stanco. I miei colleghi mi hanno preso in giro chiedendomi se avessi passato la notte in bianco per vedere in tv la partita dell’Inter in Champions contro il Borussia Dortmund. In realtà è stato solo un momento di scarico. Il giorno dopo avevo voglia di riscatto e mi sono detto: “Vai in campo e fai quello che sai fare”. Ho giocato bene e il -7 che ho ottenuto mi sta pure stretto». Il tipo è così: sa che c’è sempre un meglio del meglio e non si accontenta. Purtroppo – si fa per dire – quel 73 iniziale è pesato nel -13 conclusivo. Per lui, “solo” un 14° posto e la discesa al secondo posto nel Ranking prima del gran finale di Mallorca, dove Francesco ha rimediato come meglio non avrebbe potuto alla prestazione “opaca” del Foshan: doppio successo conclusivo, come detto, un -6 che gli consegna il Grand Final del Challenge Tour e la Road to Mallorca. E ora fari puntati sullo European Tour, con tutt’altra maturità rispetto all’esperienza precedente. «Non vedo l’ora», assicura. «Con Pietro Cosenza e Massimo Scarpa stiamo già programmando il lavoro. Comincerò dal Sudafrica e da Mauritius. Stanchezza? Per niente» Potere delle vittorie.

 

Profeta in patria

Oltretutto i buoni risultati hanno favorito una popolarità molto particolare, quella di tipo locale, sin qui poco conosciuta: «Finalmente a Castellana Grotte, il mio paese di 20.000 abitanti in provincia di Bari, sanno chi sono e che cosa faccio. È bello sentirsi apprezzato. Sono lontani i tempi in cui i miei amici mi guardavano strano. Loro giocavano a calcio o a tennis e con rassegnazione prendevano atto che io invece giocassi a quello sport sconosciuto che si chiama “golf”. Ora è diverso; addirittura, il sindaco ha fatto un comunicato ufficiale per congratularsi con me, la gente mi ferma per strada per farmi i complimenti e c’è anche chi mi dice che vorrebbe provare a giocare. Tutto bello e tutto fantastico. Devo solo fare in modo che non sia effimero». Ed è la speranza di tutto il golf italiano.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 306 – novembre 2019