L’edizione 2016 del Masters ha riportato nella mente di tutti quell’ultimo giro disastroso dello Squalo; era il 1996 e Greg Norman buttò via un Major (quasi) vinto. Resta una pagina crudele e bellissima di questo sport

Intervista a Greg Norman a cura di Sam Weinman; illustrazioni di Quickhoney

VISTO CHE LAVORO PER UNA RIVISTA DI GOLF si è automaticamente portati a pensare che io sia un golfista. In molti mi chiedono come mi sia avvicinato al gioco. Ma al contrario della maggior parte dei miei colleghi, la mia non era una famiglia di golfisti. Mio padre, in effetti, ha giocato un po’, quando era giovane; ma smise quando sviluppò uno snervante caso di shank.

Il golfista più appassionato era mio nonno, ma era comunque un giocatore molto modesto. Dopo la sua morte, mia madre, come tendono a fare tutte le persone in lutto, esaltava spesso il gioco di suo padre. «Tuo nonno era un golfista meraviglioso», mi diceva. Mio padre, che tra tutti era quello che aveva giocato di più con il nonno, la pensava, però, diversamente. «Era terribile», mi sussurrava. «Non riusciva nemmeno a far alzare la palla».

Le mie prime volte

È STATO SOLO AL COLLEGE CHE HO INIZIATO A CIMENTARMI COL GIOCO, SGATTAIOLANDO FUORI DAL CAMPUS NEL NEW HAMPSHIRE INSIEME AI MIEI COMPAGNI DI STANZA. AVEVAMO UN SOLO SET DI BASTONI DA CONDIVIDERE. In una ventina di minuti d’auto arrivavamo a un minuscolo 9 buche chiamato Rockingham, dove nessuna buca misurava più di 275 metri. C’erano pochissimi alberi; persino nei miei primissimi giorni da golfista “zappatore” era difficile non scendere sotto i 50.

A Rockingham potevi girare in poco più di un’ora; così in un pomeriggio di aprile del nostro ultimo anno, ancora intontiti dalla sera precedente, ci accordammo per un giro veloce prima del tramonto. Fino ad allora, avremmo guardato il Masters in tv. Greg Norman conduceva per sei colpi, quindi ci accomodammo sui divani del nostro sudicio appartamento, ci curammo la sbornia e ci preparammo a guardare il “Grande Squalo Bianco” nuotare filato verso la sua prima Giacca Verde.

Non avevo nessuna particolare simpatia per Greg Norman, né per qualsiasi altro golfista di quel momento. Ma Norman era un personaggio invitante – squadrato e sicuro, con la camminata da spaccone. Sapevo che il Masters era qualcosa che gli sfuggiva per un pelo da anni. Ero contento di vederlo finalmente farcela, fino al punto in cui apparve chiaro che non ci sarebbe riuscito.

greg norman master 1996
Dopo il suo 78, Greg Norman si congratulò con Faldo, che, con 67, vinse il Masters ’96 di cinque colpi, e con la sua caddie Fanny Sunesson

Cronaca di una disfatta

È strano riconoscere che il momento che mi ha ufficialmente legato al golf è stato lo stesso che ha provocato a un’altra persona un enorme supplizio. Anche se avevamo deciso di attendere il termine della trasmissione per recarci al campo da golf, alla fine abbiamo ritenuto il suo pubblico disfacimento troppo doloroso da guardare.

Quando Norman gettò in acqua il suo tee shot al par 3 della 16, assicurando il titolo Masters a Nick Faldo, decidemmo che ne avevamo abbastanza; il mio compagno di stanza Sully spense la tv disgustato e ce ne andammo a Rockingham.

Io ero rattristato per Norman, ma anche affascinato da quell’epilogo; la mia testa continuava a lavorare come quando finisci di vedere un film talmente intricato che devi chiedere conferma agli altri su cosa sia effettivamente successo.

Fino a quel momento ignoravo che il golf potesse fare questo. Non mi era mai successo che lo swing si rivelasse un organismo vivente in grado di alzarsi e lasciarti quando e come volesse; o che qualcuno che aveva dominato un campo così abilmente a un certo punto potesse iniziare ad annaspare così disperatamente. Ma questo, capii in seguito, era Greg Norman.

Perdere in diretta mondiale

C’erano volte che appariva imperturbabile, sembrando “l’uomo che mandi a uccidere James Bond”. Non scrittureresti mai un personaggio come Norman, biondo e con le spalle larghe, con quell’accento australiano, per impersonare la vittima. Eppure, in così tante occasioni anche prima di quella domenica, vittima lo è stato veramente.

Dire che nessun golfista abbia perso più di Norman non è esatto; ci sono stati score di professionisti che non fiutavano nemmeno la possibilità di vincere un Major. Inoltre, Norman ha vinto molto: 90 volte in tutto il mondo, compresi due Open Championship. Prima di Tiger Woods, le sue 331 settimane in vetta alla classifica mondiale erano state un record. Al suo confronto, saremmo tutti dei perdenti.

Tuttavia, se definisci “perdere” il trovarsi così irresistibilmente vicino a un obiettivo e non riuscire a ottenerlo, allora Greg Norman ha perso. Se “perdere” è quando – dopo – l’emozione più forte è il rimpianto, allora Norman era l’unico della classe.

Tutte le sconfitte di Greg Norman…

Nel 1986, Norman era in testa a tutti e quattro i Major prima dell’ultimo giro, ma vinse solo l’Open a Turnberry.  Al Masters di quell’anno aveva la possibilità di forzare un play off con Jack Nicklaus, ma sparò un ferro 4 sul pubblico alla buca 18, facendo bogey e perdendo per un colpo. Al PGA Championship annaspò con un 40 sulle seconde nove, per poi osservare Bob Tway imbucare da un bunker per il birdie della vittoria.

E la spirale negativa continuò. Larry Mize imbucò miracolosamente un pitch battendolo al play off al Masters 1987. Norman sfiorò la buca con un corto putt e perse il PGA 1993. Nel 1995, fece 73 all’ultimo giro dell’US Open a Shinnecock quando gli sarebbe bastato un par 70 per vincere. Come può un golfista essere così dominante in alcuni momenti e così vulnerabile in altri? Le due forze sembrano diametralmente opposte, ma c’è una connessione logica.

… e le sue vittorie

Consideriamo l’eccellenza che ha raggiunto Norman con il suo miglior golf. Stabilì un record al Players Championship vincendo con -24. All’ultimo giro dell’Open 1993 al Royal St George’s, segnò 64 in condizioni burrascose. Il suo ex coach Butch Harmon definì quella giornata “Il miglior giro di golf che io abbia mai visto”. E lo disse dopo aver portato Tiger Woods alla conquista di otto Major dal 1997 al 2002.

Quando raggiungi un livello così elevato, però, rischi di arrivare a credere di essere invincibile. Gli americani sono soliti dire: “L’orgoglio arriva prima di una caduta”. Ecco, Norman avrebbe potuto far incidere quelle parole suoi suoi wedge.

Entrambi i suoi figli ricordano, con un briciolo di delusione, la sua sicurezza assoluta. “La testardaggine va di moda nella nostra famiglia”, ammette la figlia Morgan-Leigh. “È un “maschio alfa” che crede di poter vincere più di chiunque altro”. Secondo Peter Kostis, opinionista di golf della CBS e rinomato istruttore: «A volte quella testardaggine ti dà la sicurezza necessaria per colpire brillantemente sotto pressione. Altre volte, però, ti fa fare un colpo che non dovresti nemmeno provare. Ho visto Greg cascarci così».

Chiedere aiuto

La sicurezza estrema sfocia in arroganza e, da eccellente giocatore, Norman era probabilmente impreparato per quelle giornate in cui le cose vanno storte. Negli ultimi anni Norman ha ammesso che gli sarebbe servito lavorare con uno psicologo dello sport per gestire meglio quelle domeniche stressanti. «Quando ho iniziato a giocare, gli psicologi sportivi non facevano parte dei nostri team», ricorda. «Ma se avessi pensato che qualcuno avrebbe potuto consigliarmi o aiutarmi con il mio temperamento, sarei stato un giocatore migliore».

Ciò in cui Norman aveva più bisogno di aiuto era il suo modo di gestire “il caso”, l’imprevisto: sapere come reagire quando il piano originale andava in pezzi. Lo psicologo sportivo Jonathan Fader lo spiega con un’analogia: saper prendere una strada alternativa per andare al lavoro quando la tua solita strada è bloccata. «Devi avere un piano B da usare quando le cose vanno male e incontri delle difficoltà», spiega Fader. «Io lavoro così: dico che ci prepariamo all’eccellenza, ma che dobbiamo essere preparati per gestire i risultati inaspettati e, di conseguenza, arrivare al tragitto più veloce per recuperare».

Greg Norman vs Mize, 1987

Dopo i 40 anni, apparve chiaro che saper gestire l’imprevisto fosse una prerogativa di cui Norman aveva davvero bisogno. Anche se il Masters del ’96 è stato il suo collasso più drammatico, il giocatore ha sempre sostenuto che la sconfitta contro Mize nell’87 sia stata la più devastante. È stato il Major che l’ha portato a piangere sulla spiaggia fuori casa alle 3 del mattino; quello che lui stesso ha ammesso di aver superato solo dopo quattro anni.

Il climax ascendente è iniziato alla seconda buca di spareggio, la 11, con la palla di Norman salva in green. Mize era vicino al tee della 12 dopo aver mandato l’approccio a destra. Da 40 metri, Mize pensava di dover rientrare in due colpi per avere la possibilità di prolungare il play off. Norman era quasi sicuro che non ci sarebbe riuscito. E invece Mize imbucò il chip per aggiudicarsi la vittoria.

«È stato quello che mi ha distrutto di più. Ero convinto di avere il controllo totale», ammette ancora oggi Greg Norman, dopo quasi trent’anni. «Ne ho parlato con i miei figli. Ho spiegato loro che quando pensi di avere il pieno controllo, devi comunque aspettarti di tutto. Quando tutto sembra perfetto, occhio ai guai».

Augusta National, 1996

Nove anni più tardi, al Masters, Norman segnò 63 il primo giorno; poi si trovò in vantaggio di sei colpi dopo tre giri. Sabato sera, nei bagni dell’Augusta National, Norman si imbatté nello stimato scrittore inglese di golf Peter Dobereiner, all’epoca collaboratore di Golf Digest. «Allora, Greg», gli raccomandò Dobereiner, «non pensare di gettare tutto al vento, adesso». Ma, ovviamente, lo fece.

Se nove anni prima Norman era stato un osservatore impotente dell’improbabile chip-in di Mize, le sue impronte erano ovunque il 14 aprile 1996, quando segnò 78 contro il 67 di Faldo e perse per cinque colpi. Per essere precisi: il risultato contro Mize fu una sconfitta; questo fu un fallimento.

All’inizio di quel giro, Norman sembrava avere il pieno controllo di tutto. Aveva sei colpi di vantaggio sui suoi inseguitori e molti dei giornalisti australiani erano già impegnati a scrivere le loro storie sulla “vittoria di Norman”, prima ancora che questi iniziasse la gara.

Frank Williams, l’agente di Norman a quel tempo, era così convinto che il suo giocatore avrebbe vinto, che aveva scommesso 10mila dollari sulla sua vittoria data 14 a 1. Quando sabato sera gli offrirono 100mila dollari per rinunciare alla scommessa, Williams rifiutò. «Questo dimostra quanto contassi su di lui», confessa.

Segnali

Per un attento osservatore, però, il tracollo della domenica non fu per nulla una sorpresa. All’inizio della settimana, Kostis aveva notato che Norman stava sperimentando un grip più forte in campo pratica. Un cambiamento nel grip per un golfista è come imparare una nuova lingua.

Il giorno dopo il 63 inaugurale, Kostis notò che il grip di Norman era leggermente più debole; notò che Greg non colpiva la palla così precisamente, pur avendo segnato comunque 69 e portato il suo vantaggio a quattro colpi. Il trend continuò nel terzo giro. Secondo Kostis, il grip di Norman era tornato a essere quello di sempre, ma Greg mancava il fairway da entrambi i lati. Tuttavia, grazie ad approcci e putt segnò 71.

«Se non fosse stato per un gioco corto fenomenale, avrebbe concluso in 78 o 80. Ma alla fine lasciò il campo con sei colpi di vantaggio», ricorda Kostis. «Tutti pensavano che stesse giocando meglio. Ma non puoi mancare i fairway da entrambe le parti in alcun campo al mondo, soprattutto all’Augusta National”.

Scandalo ai Masters

Sabato sera, tornando dall’area tv, Kostis si imbatté in un reporter di Golf Channel; gli chiese cosa pensasse delle possibilità di Norman di aggiudicarsi il suo primo Masters. Fu uno scambio di battute casuale che Kostis pensava non venisse registrato; pertanto ammise senza problemi di temere che per Norman sarebbe stata una domenica pesante, a causa del suo modo di colpire errante nel terzo giro.

Non pensò più alla conversazione finché la domenica mattina venne avvicinato da Frank Chirkinian. Era il produttore esecutivo dei programmi golf su CBS e buon amico di Norman. «Frank mi urlò contro: “Perché hai detto al mondo intero che Norman si bloccherà e non vincerà il Masters? Greg ti vorrebbe mettere le mani al collo!», ricorda Kostis. Solo allora realizzò che i suoi commenti sullo swing di Norman erano trapelati.

Che la voce era arrivata al leader del Masters, il quale aveva chiamato Chirkinian per lamentarsi. «Gli risposi che se tutto ciò che aveva da fare nel giorno più importante della sua carriera golfistica era chiamarlo, allora davvero non era a posto». Oggi, a distanza di vent’anni, anche Norman è d’accordo: «Quella domenica mattina dentro di me sapevo di non essere in forma. Ero completamente spento».

Greg Norman e quei problemi mai rivelati

Le ragioni riguardano molto più che un semplice cambio di grip. Negli anni seguenti, Norman ha spiegato che quella mattina si svegliò con la schiena rigida, che provò a rilassare con una lunga camminata. Ma anche questo fu solo una parte del problema.

Norman mi ha confidato che nelle ore precedenti al suo tee time, si era trovato a lottare con una questione personale che era esplosa. La vita del golfista, con tre matrimoni (il primo dei quali finì con un accordo di divorzio da 103 milioni di dollari) e un ampio giro d’affari, è sempre stata complicata. Qualunque cosa fosse, si era ingrandita abbastanza da fargli presagire che la giornata sarebbe stata una battaglia, anche con un vantaggio di sei colpi.

«Le cose che succedono generano una sorte di ronzìo nella testa e devi impegnarti molto fin da quando ti alzi la mattina per eliminarlo», spiega. «Io non ci sono riuscito». Solo la sera prima aveva detto, giustamente, di voler rimanere coi piedi per terra.

Ma poi era stato pressato dai giornalisti su ciò che la vittoria avrebbe significato. C’era Dobereiner che sosteneva che era impossibile che non vincesse. E c’era Kostis che, invece, sosteneva il contrario… Nello sport, e nel golf in particolare, il nostro rapporto con gli obiettivi può essere complicato.

Essere pronti a ogni eventualità

Per quanto ci insegnino a identificare target specifici e inseguirli gradualmente, la concentrazione sul risultato finale può essere paralizzante. Da questo conflitto è nato il detto golfistico: “Un colpo alla volta”. Per quanto banale possa sembrare, significa proprio guidare l’attenzione lontano dal risultato ma verso un processo.

L’alternativa di pensare “un colpo alla volta” è provare il più intensamente possibile a vincere la gara, il che può rivelarsi schiacciante. «Non ero completamente preparato alla responsabilità di quello che avevo di fronte a me», confessa Greg Norman.

«In seguito ho spiegato ai miei figli che quando ti trovi in una situazione così importante, devi essere abbastanza forte da riuscire a chiudere in compartimenti stagni della tua testa tutto quello che ti passa per la mente. In quel frangente io non ci riuscii e per questo ho pagato un prezzo carissimo».

Quella mattina Butch Harmon aveva rilasciato un’intervista in cui sosteneva che il suo allievo fosse finalmente “in pace con se stesso su questo campo”. Ma già quando Norman arrivò per la sua sessione di riscaldamento, era scombussolato.

«Posso ancora sentire quella sensazione», ricorda il campione. «Il mio swing non c’era e dissi a Butch che mi sentivo spento. Lui mi rispose: “No, sembra tutto grandioso”. E io: “No, Butch, non è grandioso. Lo capisco, credimi».

La verità di Butch Harmon

Anche se Harmon aveva effettivamente colto la differenza, il suo obiettivo in quel momento era cercare di calmare i nervi del giocatore. Quando parlo della “questione personale” che Norman sostiene lo stesse consumando, Harmon annuisce con aria d’intesa. I due non hanno mai parlato di questo, ma Harmon sostiene che un giorno si deciderà a chiedere.

«Una sera, da qualche parte, eravamo un po’ su di giri per gli alcolici. Stavo per domandargli cosa diavolo fosse successo quella domenica», racconta Harmon. «Norman non ha mai confidato né a me né al caddie Tony Navarro alcunché; ma sapevamo che qualcosa era andato storto perché ci trovammo entrambi a pensare: “Ma chi è questo ragazzo? Non è quello che abbiamo lasciato ieri sera”».

Per Norman la giornata avrebbe potuto salvarsi se fosse stato più trasparente con Harmon e Navarro su cosa stesse succedendo. Ma non lo fece, e dal momento in cui mancò il primo fairway per un bogey inaugurale, non riuscì più a riprendersi. «Avrei dovuto parlare loro e sfogarmi», riconosce oggi.

«Ci avrei messo dieci minuti e sarebbe finita lì. Ma non l’ho fatto. Quindi la lezione è: non tenerti le cose dentro. Non cercare di nascondere un elefante sotto a un tappeto. Ansia e serenità derivano entrambe dalla nostra anima. E quindi devi chiederti: “Quale preferisco?”».

Il collasso fu rapido e devastante

Il vantaggio di sei colpi diventò di cinque già all’uscita del primo green. Finita l’ottava buca, era di tre. Poi arrivò la sequenza più deprimente di quel pomeriggio: un approccio verso la buca sopraelevata della 9 che atterrò in green, per iniziare a rotolare indietro giù dalla discesa come un sassolino dal tetto.

Un altro bogey, e il vantaggio scese a due colpi. Norman era cinereo e sembrava avere l’occhio vitreo mentre percorreva le seconde nove. Alla buca 15, dopo aver visto il suo approccio per l’eagle ruotare all’ultimo fuori dalla buca, Norman crollò angosciato.

Alla 18, dopo che Faldo imbucò per la vittoria e il suo terzo titolo Masters, abbracciò il suo eterno rivale in una sorta di stretta empatica che normalmente si vede ai funerali. Era tutto finito, e Norman fu in qualche modo libero di dare un senso a tutto quello che era successo.

Greg Norman contro i media

La conferenza stampa che ne seguì, la domenica sera dopo la sconfitta, fu interminabile. Norman, con grande onestà, non parlò di schiena rigida o di questioni personali. Non incolpò nessuno oltre a se stesso. «Mi sono fatto a pezzi da solo», disse ai giornalisti. «È tutta colpa mia.

Lo so che perdere il Masters non è la fine del mondo. Ho lasciato andar via questo, ma ho ancora una bella vita. Mi sveglierò domani respirando ancora, spero. Tutti questi singhiozzi che ho, devono avere una motivazione. Tutto questo è solo un test; ma non so ancora che test sia».

A Norman fu chiesto della sua sconfitta in qualsiasi modo immaginabile. In tutto questo, si ignorò il fatto che il suo rivale, Faldo, aveva fatto -5 per vincere il suo sesto Major. «Se avessi giocato anche solo decentemente, sarebbe stata una bella lotta con Nick», disse Norman. «Faldo ha giocato benissimo. Non ci sono altre spiegazioni: lui ha giocato bene e io male».

Adam Scott

Un momento così catartico per Norman è stato però illuminante per qualcun altro. A guardare da casa c’era il 15enne Adam Scott, che sarebbe subentrato a Greg Norman come la star golfistica australiana più brillante.

A quel tempo, Scott pensava aver semplicemente visto il suo eroe perdere una gara. Solo molto tempo dopo capì quanto fosse stato istruttivo quell’episodio, e cioè quando sperimentò lui stesso un collasso Major all’Open 2012 al Royal Lytham, dove fece bogey nelle ultime quattro buche e perse per un colpo.

«Si potrebbe dire che la mia al Lytham sia stata una situazione molto simile al Masters di Norman», racconta Scott. «Entrare in Sala Stampa e rispondere a domande sul perché hai fallito, non è esattamente quel che un giocatore desidera. Ma ho veramente imparato molto da quell’esperienza, osservando Greg affrontare la cosa a testa alta. Ne sono uscito con una migliore comprensione di come sia il gioco. Una cosa che ho imparato è che non devi mai avere paura di perdere. Solo così puoi vincere».

La trasformazione di Greg Norman nei riguardi della stampa

Greg aveva sempre avuto un rapporto teso con i giornalisti. Era arrogante, sempre sulla difensiva. «Prima di quella gara, con la stampa era sempre polemico», ricorda Williams. «Se qualcuno diceva qualcosa che a lui non piaceva, rispondeva in modo aggressivo». Nel 1996, però, l’essere esposto a una luce così crudele portò Greg Norman a far cadere la maschera.

«Se la cavò benissimo», ricorda Kostis. «Al punto che Greg ne uscì come una persona migliore. Fu umiliato, imparò la lezione e, di conseguenza, diventò più umano agli occhi dei suoi fan». Dopo aver finito con i giornalisti, Norman dovette occuparsi delle fragili emozioni del suo team. Erano tutti in lacrime: la figlia, Morgan- Leigh; la moglie di allora, Laura; persino il suo agente, Williams, che aveva visto evaporare la sua paga da 140mila dollari.

Morgan aveva 13 anni all’epoca: «Osservavo le emozioni che circolavano nella nostra famiglia. Fu veramente dura; eppure, nonostante tutto, era sempre nostro padre che cercava di farci ridere. Non lo ricordo da un punto di vista golfistico. Ricordo solo che lo guardavo e pensavo che alla fine di quella giornata sarebbe stato bene».

Tenere duro

Forse Norman avrebbe preferito prendere il suo aereo e tornarsene immediatamente in Florida. Invece, guardando tutti gli occhi arrossati di fronte a lui, decise di tenere duro, tranquillizzando tutti.

Williams ricorda: «Arrivò e disse: “Andiamo, è solo un gioco. Pensa a tutti i soldi che ho fatto colpendo una piccola palla bianca da A a B. E pensa, invece, a tutti i ragazzi che faticano in fabbrica. Ti dico io cosa faremo: ci berremo un drink”. E così facemmo. Sono certo che dentro di sé volesse solo chiudersi in una stanza a piangere, ma voleva far sentire meglio tutti gli altri».

“Accidenti, sta per farcela!”

Nei primi 79 anni del Masters nessun australiano ha vinto la Giacca Verde. La storia è cambiata in una nebbiosa domenica del 2013, quando Adam Scott iniziò il quarto giro a un colpo dal leader. Greg Norman era a casa sua in Florida, e seguiva in tv il giocatore a cui aveva fatto da mentore all’inizio della sua carriera. Quando Scott arrivò all’ultima buca della sua battaglia con Angel Cabrera, Norman chiamò suo figlio Gregory che viveva in fondo alla via.

«Mi disse soltanto: “Accidenti, sta per farcela” », ricorda Gregory. «Lo raggiunsi subito a casa sua. Fu un finale molto intenso e quando Adam imbucò l’ultimo putt per la vittoria eravamo entrambi in lacrime». Chiedo a Gregory se pensa chesuo padre fosse triste che la svolta appartenesse a qualcun altro.

«Un uomo infimo proverebbe del risentimento perché qualcun altro ha ottenuto ciò che lui desiderava così ardentemente», mi risponde. «Ma mio padre non è affatto così. E in quel momento era realmente sopraffatto da gioia e orgoglio».

Greg Norman oggi

La felicità di Norman appare genuina ancora oggi. Ha 61 anni, portati benissimo. Gioca moderatamente a livello agonistico, è completamente immerso nel suo business, la Great White Shark Enterprises, che si occupa di abbigliamento, progettazione di campi da golf e vino, solo per citare alcuni dei suoi campi d’azione.

Nella sua vita post-golfistica Norman è incappato in qualche difficoltà. Durante la crisi economica del 2008, ha dovuto licenziare parte del suo staff («La cosa più stressante che io abbia mai fatto», ammette). Più recentemente, ha avuto un breve incarico come opinionista di punta per la Fox durante la copertura dell’US Open. L’incarico è durato solo la stagione 2015 prima che il network decidesse di rimpiazzarlo.

Eppure è difficile compatirlo: nel 2015 ha intascato 12 milioni di dollari; meno solo di Nicklaus, Palmer e Gary Player tra gli ex giocatori. Vale la pena ricordare che ognuno di questi tre ha avuto una carriera Major molto più vasta della sua; questo porterebbe a concludere che oggi Norman sarebbe un uomo ancora più ricco se avesse fatto meglio il suo lavoro di domenica. Forse.

Ma il fascino di Norman è dato anche dalle sue sconfitte. Non so se avessi lo stesso parere su di lui, se avesse fatto -2 quella domenica ad Augusta vincendo per tre colpi. Ma perdendo come ha fatto, sono rimasto colpito dalla sua vulnerabilità, così come dal suo talento. E non sono stato l’unico a pensarla così.

Le lettere a Greg Norman

Alla viglia del ritorno di Norman ad Augusta per il Masters 1997, il collega di Golf Digest Mike Stachura fece visita negli uffici del giocatore a Jupiter, in Florida, per setacciare le oltre ottomila lettere che Norman aveva ricevuto dopo il suo collasso contro Faldo.

Le lettere arrivavano da leader mondiali (il presidente USA George Bush: “Hai fatto per il golf più con la sconfitta che con una vittoria”), da compagni del Tour (Scott Hoch, che mancò un corto putt che gli avrebbe fatto vincere il Masters 1989: “So cosa stai passando”) e da ragazzini (David Tiffenberg, 10 anni: “Non possiamo sempre vedere avverati i nostri desideri, ma fallire ci può rendere più forti”). Anche la madre di Larry Mize gli scrisse per trasmettergli il suo dispiacere.

Negli anni seguenti le lettere hanno continuato ad arrivare. Norman sostiene di averne “decine di migliaia”, riposte in alcune scatole a casa sua. E anche se i messaggi erano diversi, nascevano tutti dallo stesso sentimento. «È molto semplice », spiega Norman. «Mi sono alzato in piedi e ho abbracciato il fallimento. Ho accettato il fatto che una delle cose più preziose di tutta la mia vita mi fosse scappata di mano. E questa accettazione ha colpito davvero nel segno le persone».